Mese: novembre 2014

#13 C’è una Londra nella vita di tutti.

Ecco. La mia Inghilterra è momentaneamente finita.
Mi sento un pochino più grande. Sono arrivata qui la prima volta più di un anno fa per tre giorni.  Faceva un freddo cane, alloggiavo in un ostello la cui camerata minore era di 8 persone, la mia capacità di utilizzare i mezzi era nulla e tutto era troppo costoso per me che, davvero,  per tre giorni non ho praticamente mangiato. Il risultato è stato un mal di testa costante che mi sono portata dietro anche al mio ritorno.
  Ho odiato Londra, l’ho odiata tanto.
E più la odiavo più lei mi dava un motivo in più per farsi odiare maggiormente. Non ho lavorato quei tre giorni. Ricordo di aver fissato qualcosa ma di non aver portato a termine niente. Ero così scoraggiata che, tutte le sere, nel mio letto a castello, pensavo  “ma mortacci, col cazzo che ci torno qui!!”

E invece sono qui,  ora, a distanza di un anno seduta con la mia White Hot chocolate della Costa sul pavimento dell’aeroporto di Stansted.  Sorteggio la bevanda calda e sorrido guardandomi intorno perché manca un mese a Natale e qui è già tutto decorato a festa ed anche io, ammettiamolo, sono in festa. Sono qui a dimostrarmi che tutto è possibile quando ci si impegna per ottenerlo.

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A tirare le somme non sono mai stata capace. La matematica non è mai stata il mio forte quando va ad incrociarsi con rapporti umani di vario genere.  Perciò, ecco quello che è successo: in questo ultimo periodo avevo completamente perso la gioia e la fiducia in tutto quello che facevo. Ho spesso detto in questi anni che la fotografia mi ha salvato la vita.  Niente di più vero. Ero una ragazzina insicura,  grassottella,  piena di “io non ce la farò mai”. Tante volte nella mia vita (e badate bene, non è così lunga) ho pensato che avrei fatto meglio lasciare perdere tutto.  Passioni, cose, affetti. Poi ho incontrato qualcuno che mi ha introdotta in questo ambiente ed a questa passione. E la ho amata e la ho odiata.  La amo e la odio tutt’ora. E mi ci prendo a sberle,  come fanno quegli amanti focosi che si pendono,  si uccidono,  si lasciano ma poi si cercano sempre.

Ecco.  Se devo dire che nel mio mondo ci sono due cose che hanno sempre prevaricato ogni mio rapporto umano posso senza ombra di dubbio affermare che il cibo è sempre stato il mio uomo, la fotografia il mio amante.  E, contro ogni morale, meno male che, a volte, questi amanti esistono. 

Sta di fatto che, per riprendere il filo, ero stanca e demotivata e, bando alle cazzate,  ero stanca e demotivata esclusivamente per colpa mia.  Non esistono cattive colleghe, personaggi di dubbio gusto, gossip, cazzi e mazzi che possano realmente demolire una cosa che ci piace. Magari la scalfiscono ma nulla più.  Gli unici che possono realmente decidere come e quando defenestrare una passione siamo noi.  La delusione è,  ahimè,  componente umana.

Ecco perché sono tornata qui. Qualche giorno. Per respirare aria nuova.
Mi rendo conto che la gente normale se ne va in Tibet o in qualche monastero a riflettere sugli errori della propria vita ma, poiché io sono risaputamente arrogante e non commetto mai errori me ne sono venuta a Londra per capire che diamine fanno questi londinesi per catturarvi tanto tutti.

E l’ho capito. 
Non sono gli inglesi a catturarvi,  è la città che vi ingloba. 
Credo di averlo capito camminando, di sera, sulle rive del Tamigi. Pioveva, ovviamente,  io me ne stavo li a camminare immersa nelle mille luci dei mercatini invernali con la musica di sottofondo di non so quale musical e, ad un tratto,  mi sono girata e ho visto tutto. Non puoi rimanere senza fiato di fronte ad una città così cosmopolita.  La gente cammina, fianco a fianco.  Ogni razza, ogni lingua,  ogni colore. Non importa.  Qualcuno sorseggia il tea, qualcuno legge il giornale.  E tu vedi la città attraverso delle gocce di pioggia che se impari ad apprezzare ti accarezzano e ti cullano verso le migliori prospettive che puoi avere.  Ho preso in mano la mia macchina fotografica e clic,  ho fissato quel momento su carta per quando la mia mente mi tradirà ancora.
Così ho cercato da lavorare, ho fatto foto, condiviso idee, imparato cose nuove, condiviso case e letti, sorteggiato differenti tea, conosciuto diverse culture, cercato gallerie nelle quali potessi vedere quello per la quale ho “sprecato” tutta la mia vita : l’arte.

E so da sola di essere presuntuosa quando mi metto tra le mani queste parole.  L’arte è di pochi ma è per tutti coloro che vogliono immergercisi fino al punto di perdercisi dentro per sempre. L’arte è lì che ti aspetta se hai il buon senso di saperla fare entrare.

Grazie Londra.

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#12 : NO !

È importante dire no. 

È importante imparare a dire no. 

Ecco. Ecco quello che mi capita di vedere ultimamente. Persone con un potenziale, con bellissimi progetti, con cose belle nella “saccoccia”, come avrebbe detto mio nonno, schiacciate dall’incapacità di rifiutare quello che potrebbe danneggiare la loro figura, i loro progetti, la loro “saccoccia”.

Dire “NO” è bello, liberatorio, utile. Utile. Non è una scortesia, dire no è un diritto che forse ci siamo dimenticati di avere.

no

avv., s. (contrario di )
  • avv.
  • 1 Come risposta negativa diretta a una domanda o a una richiesta: “C’è Carla?” “No”; “Smettila di fumare!” “No!”; con la ripetizione dell’elemento principale e con una spiegazione successiva può negare solo in parte: “Fa freddo oggi?” “Freddo no, ma certo è frescolino”; è combinabile con: a) avverbi e altre espressioni di tempo, luogo ecc.: adesso no; qui no; così no; b) interiezioni, che aggiungono sfumature di fastidio, sorpresa, incertezza ecc.: ah no!; beh no!; c) frasi negative, che traducono esplicitamente il suo sign.: no, non mi piace (o no che non mi piace); d) avverbi che intensificano o attenuano (anche con valore frasale): no di certo; forse no || no e poi no, diniego categorico

Se ci pensate è anche una bella parola. Tonda. Precisa. Suona così bene. E la usiamo spessissimo nella nostra vita quotidiana. Pensate a quando (e, lo so, viaggiate, sicuramente vi è capitato) andate alla mattina al bar della stazione, chiedete un caffè e la cassiera vi dice “c’è anche il nuovo meraviglioso golosone con panna e praline di nocciola, lo vuole?”

“NO”

Vi esce spontaneo dalla bocca senza che nemmeno abbiate poi realmente pensato a che diamine possa mai essere questo cavolo di golosone. Magari è buono, magari no, ma tanto noi vogliamo il caffè e quindi, no, il golosone tienitelo tu. Poi magari beccate il treno sporco, pieno come la fame, state in piedi quattro ore perché caso vuole che tutti debbano scendere alla vostra fermata, il controllore ferma il tizio senza biglietto di turno, litigano, il treno accumula un tot di ritardo. Siete stanchi e quando arrivate alla stazione, scendete magari avete anche una valigia non indifferente. Chiunque vi aspetti in stazione, sorridente, perché non è mica stato sul treno con voi, vi guarda e vi chiede (sfidando la sorte, tante volte) “Andato bene il viaggio?”

“NO”

No che non è andate bene il viaggio, che diamine di domanda è. Perciò magari trascinate la vostra valigia alla macchina, la persona in questione (supponiamo un fotografo, ma supponiamolo così) vi chiede se può darvi una mano con la borsa.

“SI”

Si. Non sono certa che il grazie sia di rito. Si. Quindi sapete la differenza tra no e si. Facile. Si, voglio che porti tu la cavolo di valigia che mi hai fatto riempire anche con le interiora di mia nonna. Si. Portala tu. Quindi poi una sequela di domande. “Hai fatto colazione?”, “Vuoi qualcosa?”, “Ti ha lasciato il moroso?”… insomma, una sequela di no.

Poi arriva il momento topico. Siete li, allegri, posate, woah ! Il mondo è bello. Voi siete padroni della vostra libertà intellettuale, morale, dialettale, sessuale e tanti altri ale che non so bene. Il fotografo si avvicina e vi chiede “non è che potresti fare una posa di te a tre quarti, saltellante sul piede destro, trattieni il fiato, sul piede sinistro ci mettiamo un santino di maria de filippi, cerca di aprire le gambe perché nel mentre con la mano destra ti infilerai questo dildo fatto a forma di micio nella patata e con la mano sinistra un dito sulla bocca. Vorrei rappresentare il disagio di uomini e donne. Ti piace?”

“SI”

SIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII???????

Dopo qualche giorno vedrete voi in una foto assurda, pubblicata in ogni dove, magari le tette vi cadono perchè non le avete tenute su, i capelli sono arruffati, il trucco cola, voi avete una coscia che sembra di 100 kg anche se da sole, intere ne pesate 45.. ma chiaro, rappresenterete il disagio, vostro, del non aver saputo dire un no.

I no ci vengono meno per paura, magari di perdere un lavoro, una stima di una determinata persona. Il no ci viene meno perché magari è importante avere l’appoggio della tal persona che, chissà, potrebbe rendere visibile il nostro personaggio e quindi dobbiamo assecondarlo. Il no ci viene meno perché la situazione è improbabile e preoccupante e magari un rifiuto può metterci nei guai. Il no ci viene meno perchè un no da sempre fastidio.

Per dire no ci vogliono le palle di dire no.
Il no è come quando avete il coraggio di dire la vostra opinione, sempre, comunque e chissenefotte se non mi appoggiate perché non è la vostra.

Ora pensate a che strabiliante mondo ci sarebbe e quali rivoluzioni storico artistiche temporali (wtf) esploderebbero se tutti noi applicassimo la nostra capacità di dire no nel quotidiano nel lavoro (quanto meno nel nostro campo, per ora). Pensate che bello se imparaste a dire no al lavoro pagato tot perché quel lavoro pagato tot sapete benissimo vi rovinerà la reputazione per i prossimi dieci anni (e poi sarete vecchie). Pensate che bello se imparaste a dire no alla fotomodella che non vi piace ma che fotografate solo perché lo fanno tutti. Pensate che bello se imparaste a dire no al tizio che è la decima volta che vi sottopone le foto per un giornale e ora non potete più rifiutarle perché se no si offende (o perché è considerato un guru e quindi siete voi i cazzoni che ne capite qualcosa di fotografia).

E pensate che meraviglioso mondo se le persone imparassero ad accettare i no.

Un elenco di no costruttivi :

No, non poso con te perché le tue foto non sono sulla mia linea.

No, non poso per questo progetto perché non mi ci vedo in questo contesto.

No, non faccio questa posa perché in questa posa non sono valorizzata.

No, non te la faccio vedere la patata perché mi sento a disagio.

No, non ti faccio foto perché sei un bel soggetto ma non nei miei canoni.

No, non ti faccio foto così perché secondo me non ti valorizzano.

No, non accetto questo lavoro perché è al di sopra delle mie capacità (ahahah imparate !)

No, non accetto questo lavoro perché credo di valere più del suddetto cachet.

No, non pago questo cachet perché è al di sopra delle mie possibilità.

No, non pago questo cachet perché secondo me non vali questo cachet.

No, non pubblico il tuo portfolio perché secondo me non è ben realizzato.

No, non pubblico il tuo portfolio perché non è un portfolio.

No, non pubblico il tuo portfolio perché sebbene tu sia considerato il mio dio supremo della fotografia secondo le mie nozioni artistico questa non è fotografia (perdonatemi!)

No, non realizzerò questo trucco che vuoi perché non valorizza la faccia della modella.

No, non realizzo un trucco che si fa in quattro ore in trenta minuti.

No, non voglio tenere il tuo pene in mano nelle foto.

No, non accetterò questo tf perché non credo possa incrementare il mio portfolio.

NO CAZZO.

Aggiungo : sono consapevole che tante volte la mancanza di no sia data da un fattore di bontà. Siete buoni e dire no vi sembra davvero scortese e poco carino. O magari, vi sembra poco carino dire no ad un vostro amico. Ottimo, normale ed umano. Tuttavia, se l’amicizia non è il vincolo ricordate che, soprattutto in ambito artistico non è la clemenza che fa le belle cose. Non è la testa sottomessa che frogia la gente valida. Non è mai una surplus di complimenti e di belle pubblicazioni che permette di crescere. Se volete essere davvero buoni, onesti e utili : imparate ad essere onesti davvero.