#15 – Alla scoperta di Araki

Era da un po’ che non scrivevo. Chiamiamola stanchezza, mancanza di tempo o di particolare interesse ma, sta di fatto,  che oggi devo proprio farlo.

Per chi non mi segue assiduamente sono in viaggio in Olanda. Non mi soffermo sul viaggio in sé del quale parlerò in un altro post quanto su di una mostra che ho avuto modo di vedere oggi. Quella di oggi è stata una giornata molto piena. Unico mio giorno di svago,  con base ad Amsterdam,  avevo mille mila cose da fare e da vedere che avevo programmato da secoli. Primo step sicuramente quello di andare a vedere il museo di Van Gogh (sempre per i meno concentrati,  il mio pittore preferito). Esco dalla fermata metro Zuid e inizio a camminare verso la meta.  Amsterdam è una cittadina semplice che ti permette di scoprire tutto facendo belle passeggiate. Belle e ventose. Ventose appunto.  Intanto che cerco di evitare che il vento porti via il mio adorabile tablet mi appoggio ad un cartello. Alzo gli occhi e vi trovo una grande pubblicità di una mostra dedicata ad Araki tenuta presso il Foam (museo  della fotografia di Amsterdam,  cito il sito per chi non lo conoscesse http://www.foam.org). Mi metto in fila per vedere il mio rossino preferito è intanto stalkerizzo qualcuno che di Araki ne sa più di me per capire se possa valere la pena cambiare i miei programmi per vedere una mostra del famoso artista giapponese. Intanto visito il sito della galleria e scopro che vi è anche una seconda mostra interna dedicata  a VIVIAN MAIER, una donna meravigliosa che è passata inosservata per tutta la sua vita fino a che, due anni prima della sua morte, qualcuno non ha avuto modo di scoprire, nel 2007, il suo archivio con più di 120.000 negativi di street photography e ritrattistica (ve la consiglio, la mostra è più piccola di quella di Araki,  con un ingresso a dir poco discutibile che non permette a chi entra di poter fare sostare chi vuole leggere le presentazioni e vedere le fotografie, ma le fotografie,  anche solo quelle, meritano l’ingorgo dell’ingresso). Comunque sta di fatto che alla fine mi decido e, uscita da 4 ore di orgasmo mentale al museo di Van Gogh mi avvio verso il museo della fotografia. 

Il biglietto costa pochissimo.  Solo 11 euro, quindi penso che, alle peggiori posso anche buttare una decina d’euro. 
La mia titubanza e data dal fatto che Araki non mi piace. Ebbene si, l’ho detto. Non mi piace. O meglio, non mi piaceva prima di aver visto questa mostra. Non mi piaceva un po’ per beata ignoranza, un po’ perché quelle foto esplicite e crude che tanto hanno affascinato mezzo mondo a me hanno sempre lasciato un “ma perché??” in testa non esprimendomi nulla che fosse assimilabile alla sorpresa o all’ erotismo tanto blasonato. Fatto sta che faccio il dannato biglietto, salgo le scale e via.

ARAKI
Ojo Shashu
Photography for the Afterlife: Alluring Hell
19 December 2014 – 11 March 2015

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Ottimo. Il tutto è diviso in più sale. Entro nella prima e senza nemmeno leggere la presentazione mi accorgo che c’è davvero qualcosa di interessante da vedere che non conoscevo.  Sui muri scorgo 30 fotografie i cui soggetti sono bambole, fiori ed animali in plastica. Mi aspettavo gambe aperte e mi ritrovo a guardare fiori. I colori ed i contrasti sono così forti che devo per forza uscire subito dalla stanza, tirare fuori il tablet, scrivere un “wow” a colui che avevo stalkerizzato poco prima e poi tornare dentro veloce per capire cosa diamine ci facciano dei fiori e delle bambole decapitate li.
Inizio a leggere qualcosa di più di questo individuo, scopro l’importanza che per lui ha il dualismo vita e morte e scopro anche che tante delle opere esposte , che lui stesso dichiara rappresentare l’inevitabile declino e l’inevitabile resistenza ad esso, non sono mai arrivate in Olanda prima d’ora.
La prima stanza,  per esempio, quella dei fiori, riporta una serie di opere che prende il nome di qARADISE. L’artista ci ha lavorato in tutti gli ultimi anni, ormai settantenne, e vi ha letteralmente stampato il suo stato d’animo.  Quello di un uomo che se le è vissute un po’ tutte, dalla perdita della moglie alla perdita della salute tanto da far perdere anche ai fiori, quei fiori che sono sempre stati simbolo di  sesso e sensualità, un po’ di vita.  Una decadenza che gli è ora molto più attrattiva.

Credo di aver perso una quarantina di minuti solo in quella stanza. Non lo avrei mai fatto se avessi dato una occhiata anche alla seconda. Quando passo nello spazio adiacente la prima cosa che mi balza all’occhio è una lettera dell’artista appesa a fianco di una foto del suo matrimonio. L’intera serie porta il nome di SENTIMENTAL JOURNEY/winter journey . Tra le tante cose che ignoravo di Araki vi è senza dubbio la perdita della moglie e lo stranissimo modo che lui ha utilizzato per affrontarla. Nella stanza troviamo un adorabile connubio tra la prima parete nella quale sono appese le fotografie che l’artista scattò durante il viaggio di nozze e la seconda nella quale sono presenti le foto della malattia e della morte della giovane Yoko (un matrimonio molto breve 1971 – 1980). A colpirmi più di tutte senza dubbio la fotografia, rigorosamente in bianco e nero, del volto di Yoko, nella bara, a fianco del quale vi è un libro rappresentante il suo gatto, Chiro.  Sembra che maggiore desiderio della donna fosse quello di vedere il suo gatto pubblicato, purtroppo morì prima del termine del libro. A concludere la serie uno scatto di Chiro che zampetta sul balcone innevato. È molto importante prestare attenzione a questo tenero gattino perché tornerà spesso a trovarci.
Sentimental Journey è senza dubbio la stanza che mi ha colpita di più.  Di una tenerezza infinita,  amore e sentimento se ne escono in allegria da ogni foto per mangiati l’anima. Tutto molto distante da quei corpi di carne cruda che siamo sempre abituati a vedere di Araki. Per chi non conoscesse questo genere di scatti consiglio assolutamente di cercarlo. Credo sia un pezzo importantissimo per capire il reale dualismo di quest’uomo. Una cosa che ho notato solo in un secondo momento è che questa è,  tra l’altro,  l’unica stanza nella quale le fotografie sono incorniciate in candide cornici bianche. Tutte le alte stanze sono molto più grezze (le foto sono appese direttamente al muro, spesso con puntine che le bucano ai bordi).

A fianco troviamo altre due stanze. Una dedicata ai paesaggi (Landscapes/Eternal Sky ) e l’altra ad istantanee e polaroid ( IMqOSSIBLE/diary ). Sono entrambe interessanti per motivi diversi.  Nella prima si snocciolano sul muro scatti del cielo di Tokyo ritratto dal balcone della casa dell’artista. Sembra che il suddetto balcone che, al tempo dell’amore con Yoko era popolato e vissuto in pieno ora sia diventato sinonimo del paradiso perduto. Sicché il cielo che vediamo ritratto tanto è un esercizio di luce quanto un simbolo di quello che quella stessa luce rappresenta. Ma se sorvoliamo su quelle che sono le solite tiritere che gli storici ed i critici dell’arte devono dire quello che veramente colpisce di questi scatti sono i colori di “Landscapes” (che detto davvero alla mano “se uno non si fa di acidi quasi non ci riesce ” cit) contrapposti ai b/n così fitti di “Eternal sky”.

La stanza delle istantanee è molto più ostica, piccola, racchiude in sé un quantitativo di foto che non basterebbe un giorno per vederle tutte. Da un lato la serie di polaroid div vario tipo e genere concentrata sul completo paradosso della polaroid che sembra uno snapshot ma è allo stesso tempo labile. Si tratta di momenti catturati che sono chiaramente destinati a svanire.  Allo stesso modo “diary ” altro non è che una raccolta di 500 stampe più disparate. Dal ritratto, all’erotico,  alla scena di strada.

La mostra prosegue ai piani sottostanti.  Qui troviamo due stanze dedicate alla vita di strada. Una SATCHIN AND HIS BROTHER MABO è una raccolta di scatti realizzati a questi due bambini per le strade del Giappone, l’altra, SUBWAY  raccoglie i ritratti, più o meno nascosti, dei passeggeri della metropolitana della Tokyo post guerra.

A colpire del piano interrato è senza dubbio la stanza centrale,  diametralmente posta sotto a Sentimental Journey,  trova esposta la serie CHIRO, LOVE, DEATH . Nella importanza che ha, nella cultura giapponese, la ciclicità delle cose, troviamo qui una serie di (tante) foto dedicate a Chiro dalle quali traspare l’importanza del tempo che scorrere va avanti a prescindere da ogni cosa. 

L’ultima stanza. Quella che un po’ tutti si aspettano è dedicata al nostro amato KIMBAKU da un lato e ad HALLURING HELL, che come da titolo della mostra, chiude il ciclo. Spendo poche parole per la serie dedicata alle corde,  non perché non di impatto quanto perché più conosciuta. Mi soffermo un attimo invece su Halluring Hell che è un meraviglioso incontro tra pittura e fotografia dove gli scatti, comunque sempre intrecciati alle corde, più o meno espliciti,  in bianco e nero, si incontrano con schizzi di colore e vanno a creare un contrasto unico che toglie il fiato.

Sono uscita dalla mostra così,  un po’ senza fiato e mi ci è voluta una bella folata di vento di quello che c’è qui in inverno per ridare aria ai miei neuroni. Insomma.  Ho scritto tutto questo per dire che, si, vale la pena spendere quegli 11 euro (che per il quantitativo massiccio di cose che potete vedere sono anche pochi) per visitare questa personale dell’artista. Il tutto è messo giù in modo più che perfetto,  al composizione, la scelta espositiva e temporale, le varie distinzioni, tutto serve per rendere il percorso una gioia per gli occhi e per la mente. Le luci sono impeccabili.  Non vi è un faretto che disturbi la visione (chi mi conosce sa che sono altamente noiosa al riguardo) e anche gli spazi sono tutto sommato adeguati. Ovviamente all’ ultimo piano, a mo di ciliegina sulla torta,  c’è anche una esposizione dei suoi libri. Non tanti, ma ci sono. 

Per terminare ci sono tre nozioni fondamentali che se non vi erano già passate vi riassumo qui 

° Bisogna sempre vedere le cose di persona. Non potete occuparvi ed interessarvi d’arte senza vederla. Bisogna imparare a vedere anche quanto non ci piace. Ricorderò sempre quando sono andata,  alle superiori, di malavoglia alla mostra di De Chirico e di fronte ai colori incredibilmente cangianti me ne sono innamorata.  Oggi ne ho avuto un altro esempio.

° Se vi aspettate solo patate al vento e pezzi di carne in esposizione non è la mostra che fa per voi. Ma se ci interessano scorci nuovi,  più o meno conosciuti,  un salto fatecelo.

° È una mostra riuscita. Se io sono entrata pensando che Araki fosse l’orrore e sono uscita  con la voglia di scoprire qualcosa in più è principalmente merito a chi ha saputo organizzare al meglio il tutto. Non vi sono opere magnifiche che tengano se sono date in mano ad un gallerista mediocre.

Questa notte posso andare a letto pensando di aver scoperto davvero qualcosa.

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