#18 – Di come si muore e non si muore mai.

Se c’è un potere che hanno i morti è quello di avere sempre ragione. I morti sono persone che sono sempre state piacevoli.

“Davvero un bravo ragazzo, non se lo meritava proprio” è la frase che senti costantemente, sempre, insistentemente e ti ripetono tutti, come se dovessero loro stessi convincersi di quanto questa affermazione sia vera, quando una persona a te cara muore.

A un morto non dici mai di no, anche se quando era vivo il tuo no era la sua parola preferita. Un morto vive molto più di una persona viva che sopravvive ad un morto. Ci sono tante sfumature di egoismo in quel che dico ma un morto non è mai egoista, anche se lo è stato, la morte cancella ogni difetto, idealizza chiunque. Sono rari i casi nei quali pensiamo che è un bene che una data persona sia morta e generalmente ci sentiamo anche in colpa per averlo pensato. In tutti gli altri, piangiamo una persona che non è mai esistita e non piangiamo mai l’amico, il figlio, il ragazzo che abbiamo realmente avuto nella nostra vita.

“ERA UN INGUARIBILE STRONZO, CI HA FATTO PASSARE UNA PALATA DI MESI DI MERDA, AVREMMO PREFERITO CE NE FACESSE PASSARE ALTRI E CHE SE NE FOSSE ANDATO SENZA SFASCIARE UNA MACCHINA DA MILIARDI DI EURO CON UNA CARROZZERIA DI UN VERDE MERAVIGLIOSO”

Io con queste parole ho salutato quello che è stato il mio ragazzo per anni, tra alti e bassi. Nonché l’unico uomo che mi abbia mai chiesto di sposarlo, nonché il mio migliore amico di sempre.

L’indifferenza uccide la mancanza. Nessuno con la morte migliora, semplicemente sparisce e permette ai suoi fantasmi di aleggiare per abbastanza tempo nell’aria. Probabilmente in tanti avrebbero voluto dirmi che avevo ragione, in tanti avrebbero voluto dirmi che quell’infame di Jake gli aveva quasi ammazzato il figlio, il cane, quasi sfasciato la macchina (ad uno l’aveva sfasciata del tutto in realtà), gli aveva rubato in casa, messo incinta la figlia e via dicendo. Ma, alla fine, tutti mi hanno stretto la mano e, mentendo, mi hanno ripetuto “era proprio un bravo ragazzo”.

Jake non era un bravo ragazzo.

Quando ho conosciuto Jake ero in viaggio studio in Irlanda. In piena crisi isterica da mancanza casa, amici, affetto. Pioveva di quella pioggia irlandese che non è pioggia ma bagna uguale alla lunga. Non avevo un ombrello perché gli ombrelli mi fanno schifo e mi facevano schifo anche allora e stavo seduta al porto, sul muro, a bermi una birretta come solo le vere ragazzine alternative fanno, guardando la marea alzarsi verso la spiaggia. Ad una certa, questo angioletto di nome Jake, caduto dal cielo probabilmente come sotto delegato del mondo degli inferi, ha pensato di spingermi in acqua.

I porti sono profondi.

Quando sono riuscita a capire cosa fosse successo e sono riuscita a raggiungere la scaletta per le barche e a tirarmi su di nuovo in un posto che non mi rendesse simile ad un salmone in ammollo ho pensato bene di minacciare quell’angioletto di nome Jake con la bottiglia e di tirargliela dietro.

L’ho colpito in fronte creandogli un taglio che gli sarebbe costato 5 punti e che gli avrebbe lasciato una cicatrice che penso si sia portato nella tomba.

Siamo diventati grandi amici.

Poi siamo diventati amanti.

Poi siamo stati insieme.

Poi mi ha anche chiesto di sposarlo.

Jake era uno di quei prototipi di irlandesi che tutto  il mondo porta in palmo di mano. Rosso di capelli, con la barba, robusto, giocatore di rugby, dal rutto facile e pronto a prendere a cazzotti chiunque secondo lui meritasse dei cazzotti. Anche chi non meritava dei cazzotti.

All’età di sedici anni decisi, per un buon lasso di tempo di vita, di frequentare un ragazzo. Uno di quelli per i quali le sedicenni vanno matte : drogato, alcolizzato, delinquente, agli arresti domiciliari. Dopo una serie di peripezie inenarrabili il mio caro amico Jake decise che questo ragazzo non faceva per me e quasi lo uccise. Si beccò una amara denuncia, meritata, e si meritò il mio debito eterno per avermi svincolata da una situazione malata per introdurmi in una situazione ancora più malata.

Durante i suoi diciannove anni un medico, cattivo a detta di Jake, diagnosticò un simpatico tumore al nostro angioletto di stocazzo. Ridendo e scherzando un tumore non è affatto una cosa bella. Di cose sui tumori ne ho lette tante e ne ho viste ancora di più. Se scrivo questo post è proprio perché sono reduce dalla visione di “Tutta colpa delle stelle” che ho assaporato seduta sul letto due notti fa ed ho rivisto la notte scorsa e, poi, siccome sono masochista, ho anche comprato il libro (e l’ho quasi finito). Tra le tante cose c’è una profonda verità, il tumore è un tumore. Contro ogni evidenza (perché conosco persone che sono ancora vive e vegete) il tumore uccide. E questa è la verità più importante che ho avuto modo di imparare in venticinque anni di vita.

Il tumore di Jake lo abbiamo chiamato Jake, così poi non si capiva mai se parlavamo di lui o della sua malattia. A detta sua la cosa evitava di farlo sembrare malato. Jake odiava essere malato ed infatti ha fatto in modo di essere non malato. A nessuno interessa poi sapere della vita di un malato di cancro, o forse si, di fatto a me non interessa raccontare la vita di Jake come la vita di un malato di cancro. Se Jake non voleva essere malato, per me non era malato. Sicché tra una roba e l’altra, tra i diciannove anni ed i trenta, di cose ne sono successe. Cose tipo alti e bassi, cose tipo altre querele e simili, cose tipo viaggi, pranzi, cene, notti in ospedale, cose tipo vivere la vita insomma.

C’è stato un punto nel quale Jake ha realizzato che doveva morire.

Una delle cose delle quali ho più paura in questa vita è quella di poter sapere quando morirò. Domani, tra un mese, tra qualche giorno. Deve essere lacerante e deve esserlo stato anche per lui che dall’altro del suo metro e quasi novanta, dall’altro del suo, ormai non più, fisico paffuto e dall’alto della sua totale sbruffonaggine  deve aver ritenuto intollerabile non poter prendere anche a cazzotti la vita.

Invece poi, ce l’ha fatta sotto il naso a tutti e a cazzotti la vita l’ha presa davvero. Ed ha preso un po’ a cazzotti anche noi ma gli abbiamo voluto bene lo stesso. Gli ultimi mesi di Jake sono stati quanto di più dilaniante io possa ricordare. Avere un brutto male è una brutta cosa. Stare vicini ad una persona che ha un brutto male è un’altra brutta cosa. Sicché ci sono tre versioni della stessa persona che ricordo : Jake sano, Jake malato, Jake morto. E di per sé l’unica che lo prevedesse dolce, carino, un bravo ragazzo è senza dubbio l’ultima.

Un mese prima di morire o poco più Jake O’Brian mi ha chiesto di sposarlo.

Era ubriaco ma ha ripetuto la sua proposta più e più volte anche da sobrio, o “quasi sobrio” come dicevo io. Non voglio entrare in merito al matrimonio in sé e sono veramente felice di lasciarvi in dubbio sul fatto che io o sia o meno già allegramente vedova ma voglio ricordarmi, più che ricordarvi, di Jake allegro e strafottente che si prende una bottiglia in fronte dalla ragazzina di quattordici anni che era appena finita in acqua.

L’ultima volta che ho visto il nostro allegro angioletto con i riccioli rossi ero a Roma durante una delle mie trasferte. Lui ed il nostro fido compare, grazie e grazie sempre, erano atterrati da poco nella capitale per salutarmi ed erano piombati in hotel ubriachi fradici insultando il tizio alla reception. Ho passato la notte a sostenere una testa. Una cosa romantica insomma ma se c’è una cosa che ho imparato è che amare è un po’ come arrivare vestite bene ad un campo da rugby e ritrovarsi un giocatore lercio e puzzolente tra le braccia. Sicché sollevare una testa non sarà mai poi tutto questo dramma.

Jake non si è mai curato. La prima volta l’ha fatto la seconda volta ha deciso che non avrebbe visto il suo corpo deteriorare. Alla simpaticissima età di trenta anni e qualche mese ha deciso di piantarsi con l’auto contro un albero. E io vi assicuro che nelle nostre zone, in Irlanda, di alberi non ce ne sono molti. Tutti hanno definito l’evento un incidente. I genitori, che Jake non vedeva dalla maggiore età, si sono detti sorpresi dell’accaduto perché “nostro figlio era così pieno di voglia di vivere”.

La verità è che loro figlio non era così pieno di voglia di vivere e che, probabilmente, questa cosa l’ha ucciso ben prima di essere ucciso da altro.

Poche settimane dopo questo evento mi è stata recapitata una lettera a casa ed un pacco che portava il timbro IE (Irlanda, per i meno esperti). Non ho, di nuovo, alcuna intenzione di condividere con voi le parole dell’unica persona io mi sia portata dietro per tanti anni ma al termine di otto lunghe pagine c’era per me un :

“Mangia. Mangia con la bocca ma quel che più mi importa è che tu possa mangiare con la mente, con lo spirito e con la volontà. Non dimenticarti di mangiare per nessuna ragione al mondo. Vivi come se non potessi vivere domani. Stancati. Urla e odia perché senza questi fattori non potresti vivere come tu vivi ma ricordati che puoi essere felice, ti è consentito essere felice in ogni secondo della tua vita anche se tu credi di non meritartelo. Non accontentarti. Non accontentarti di un uomo che non ti realizza completamente. Non accontentarti del giorno se vuoi vivere la notte. Non accontentarti del posto nel quale vivi e nemmeno in quello nel quale vorresti vivere. Ricordati che il tuo EGO è quanto di più sicuro possa avere. Non mi interessa quanto tu possa essere contrariata da ciò ma nella vita esisti tu e solo tu e poi tutti gli altri. NON piegarti agli altri, non piegarti al lavoro, non piegarti ai doveri che non vuoi adempiere, non piegarti alla vita che non vuoi vivere. VIVI E MUORI COME VUOI VIVERE E MORIRE. Sii creativa ed abbraccia l’arte come solo tu sai fare. Se serve scrivilo sopra al letto : tu puoi farcela. Se c’è una persona che ho conosciuto che può farcela quella sei tu. Se non sarò più li a sorreggerti quando ne avrai bisogno, a sgridarti, a condividere con te ogni momento che vada condiviso è solo perché la vita che mi è stata data non è quella che avrei voluto per me.

Saremo insieme per sempre.

Tuo,

Jake

P.S. Non essere dispiaciuta per la carrozzeria della macchina. Un giorno ne avrai una molto più bella”

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