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#21 – Di come il terrore può ma non deve cambiare la mia vita.

Sono su di un treno,  una frecciabianca,  che mi porterà  nelle Marche per una delle mie tante trasferte  lavorative. Il cielo è  plumbeo  e dal finestrino  vedo sfrecciare la campagna Emiliana con i suoi campi verdi, la nebbia  che si fa strada nel limpido e qualche  casa con qualche  macchina  a fianco.   Vedo sfrecciare davanti ai miei occhi quella terra che tanto  amo e dalla  quale non riesco  a staccarmi. Quella terra  alla quale mi attacco quando vado all’estero  e mi sento sola, quella terra che ho tanto paura di perdere insieme ai miei affetti cari ogni volta che mi allontano. 

Questi  sono stati giorni  per me difficili.  Ho pensato tanto  se scrivere qualcosa  in merito ai fatti di Parigi e mi sono trattenuta tanto pesando che a nessuno potessero interessare le mie opinioni. Poi il desiderio di espressione ha avuto la meglio perché  mi sono imbattuta in tante riflessioni  tristi quanto tante interessanti (e qui cito un post di Nina, che non conosco personalmente  ma che vi invito a leggere :  http://ninasever.blogspot.it/2015/11/parigi-e-il-mondo.html?spref=tw&m=1) ed ho pensato che, si, le mie opinioni potranno  essere di poco interesse ma esistono, ci sono e scalpitano  per uscire e prendere il loro posto.  Ho 26 anni e faccio parte di quella fascia di persone che sono state messe in un mondo ( ed io lo amo il mondo) che forse non ci appartiene ma che dobbiamo  vivere. Qui si parla del nostro futuro. Del mio futuro.  Della mia possibilità  di vivere libera  e serena  senza dover  temere  di morire per lotte e guerre  che non condivido  e non mi appartengono. 

Oggi, rispondendo ad uno stato su Facebook, ho scritto che non vi sono morti di serie a e morti di serie b. Sono rammaricata  in ugual misura per tutte  le morti di persone innocenti che  sono riconducibili  a questo unico fattore  comune. Se ho deciso di scrivere due righe solo dopo questi ultimi episodi è, e credo non occorra alcun genio per capirlo, perché  sono stati  drammaticamente vicinoi ed hanno minato ( senza entrare in meriti politici  o religiosi  che non voglio toccare) ad un quotidiano  che viviamo tutti tranquillamente.  Non mi sento più  o meno insensibile per questo.  Penso a quante volte sono andata in  un ristorante, quante volte ho preso un drink  al bar, quante volte ho assistito ad un concerto e a quante volte mio padre mi ha portata allo stadio. Penso  a mia madre che non può  più  abbracciarmi perché  qualcuno in nome della propria pazzia è  entrato in uno qualsiasi di questi posti sparando sulla folla. 

Quando ormai anni fa vi fu l’attentato alle Torri Gemelle  ero poco più  di una bambina. La mattina dell’ 11 settembre ero uscita con mia madre per andare a prendere uno zaino nuovo con il quale mi avrebbero regalato un monopattino.  Giallo.  Ho passato tutto il dopo pranzo  ad andare lungo il corridoio  di casa mia sul mio nuovo monopattino giallo. All’epoca facevo merenda  tutti i pomeriggi vedendo i cartoni animati ma accedendo  la TV l’unica cosa che vidi era gente che urlava, fumo e torri che cadevano. Chiamai mia madre dicendo “è  successo qualcosa ” e se ci penso ancora mi viene da piangere. All’epoca non piansi.  Rimasi sul divano  agitata tutto il resto del giorno guardando tutti gli speciali ed ascoltando mia madre parlare. Ero poco più  di una bambina, appunto, ma ero atterrita. Non volevo fare  nulla di quello che era il mio quotidiano ma non riuscivo a stare ferma. Per un piccolissimo momento ho  pensato di non poter rifare quello che avevo sempre fatto.  Poi, pochi giorni dopo, ero a scuola come ogni altro anno a fare un tema su quella che era la mia impressione dell’accaduto che mi avrebbe fruttato un 10 e mi avrebbe impresso la sacrosanta idea di dover sempre esprimere il mio pensiero. Che era un lusso che ancora avevo.

L’unica cosa che cambiò nella mia vita fu il fatto che una delle mie migliori amiche dell’epoca, Fatima, fu insultata più  volte da parte dei nostri compagni di classe.

Oggi godo di qualche anno in più  e di una concezione del tutto nuova del mondo che mi circonda eppure l’altra notte ho  di nuovo provato quella ingestibile  agitazione mista paura macchiata dal desiderio di voler e non poter fare  nulla. Il mio pensiero è  andato alla gente che era lì, a chi moriva, a chi era a casa  e poi, poiché  sono egoista e non l’ ho mai nascosto, è  andato  alla mia famiglia, a me e alla nostra sicurezza.  E io vorrei sapere oggettivamente chi non ha pensato ai propri figli e chi non ha pensato  a se stesso.  Chi ha pianto ugualmente tutte le vittime del terrorismo e non ha sentito minata la propria sicurezza per qualche minuto ( ore ? giorni?). Vorrei sapere, ad ora, chi dei tanti paladini della morale di Facebook, chi, è   stato così  inumano da non provare paura. Per sé, per i propri cari.

Io personalmente, che ho la fama di quella insensibile, ne ho provata davvero tanta.

Però  non ce  l’ho mai fatta  a non farmi sentire.  Sono piccola e insignificante come tutti eppure non ci sto a vivere in silenzio.  Mi sono sempre sentita cittadina del mondo. Dalla prima volta che ho iniziato a viaggiare, ad otto anni, quando con la mia migliore amica e con il mio maestro di francese sono andata a Parigi per una settimana. Ho sentito il desiderio di viaggiare, conoscere e apprendere e ho iniziato a non sentirmi  parte completa di alcun luogo ma fatta un po di tutti i posti che potevo conoscere.

Tra due giorni dovrei partire per l’Inghilterra. In molti mi hanno chiesto se non fosse il caso di annullare il viaggio ed io stessa, ammetto, mi sono posta il problema.  Ho guardato il mio biglietto aereo e l’ho girato riproponendomi  di “pensarci dopo”. Non ho pianto ma se non fossi stitica  di emozioni  (o forse se le mie emozioni non facessero  a cazzotti ) lo avrei fatto e  anche tanto. Alla fine quel biglietto l’ho ritirato e vi ho nascosto  il terrore sotto.  Ho pensato alla mia nebbia, al mio cane che scodinzola, a mio padre che dice ai suoi colleghi  quanto sia fiero di me, a mia madre che mi ripete con una carezza che devo stare attenta e a mia nonna che è  morta ma è  comunque sempre viva dentro di me in ogni cosa che faccio. Ho pensato   a tutto quello che mi apre mente e cuore. A quelle che sono le mie radici senza le quali io non sarei mai in piedi in quello che faccio e sono partita.

Quando ero piccola avevo  paura  dell’uomo cattivo e per combatterla  mia  madre mi ha tolto la lucina che lo teneva  lontano. 

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#20 – Ah se potessi viaggerei anche io !

Ho sempre desiderato raccontare dei miei viaggi. Quando ero piccola ho massacrato le palle a tutti nella mia famiglia.

Da grande io vivrò un mese in ogni città del mondo, a parte Torino e Milano. 

L’ho ripetuto a mia madre, mia nonna, mio padre, mio nonno. Al cane. Al gatto. Ai miei 14 criceti. Al coniglio. Al muro. A tutti, per chi fosse un filo tardo. L’ho ripetuto ed ero convinta che avrei fatto così.

Chi mi conosce sa che ho 26 anni e fortunatamente non vivo un mese in ogni città diversa ma viaggio abbastanza da potermi dichiarare mediamente soddisfatta rispetto alla media dei miei coetanei (e non) che puntualmente, sempre, comunque, quando mi vedono esordiscono con  : aaaah si beata te, se potessi viaggerei anche io. 

Ottimo.

Per fare una premessa chiara ai più : non c’è frase che mi faccia incazzare di più.

Ma.

Sorvolando su questo insignificante dettaglio ho pensato potesse essere carino iniziare una serie di racconti su quello che faccio in giro per il mondo. Non perché io sia così importante da meritare tutta questa attenzione; piuttosto perché sembra che tutti vogliate viaggiare ma non possiate farlo.  Perciò d’ora in poi avrete una sottospecie di diario di bordo della sottoscritta, con foto, credo (aha!) e aneddoti personali perché altrimenti potete tranquillamente comprarvi una guida turistica che soddisferà tutto il vostro desiderio di viaggio (fuori tema : io spesso lo faccio, compro guide turistiche random, di posti che nemmeno so se mai visiterò) e, forse, se sarò di buon umore, avrete anche qualche video tutorial su come si viaggia senza morire o come si sopravvive viaggiando (tipo che ho scoperto che non siete tutti capaci, all’inizio pensavo fosse una cosa da tutti.. invece no, per fortuna tanti “Ah se potessi viaggerei anche io”, ma per fortuna non lo fate o sareste già morti sotto la rotaia di qualche treno in Nicaragua).

Questo è solo un post random, così per farsi quattro chiacchiere. Io sono davvero una chiacchierona !

Per esempio, dicevo.

Ah se potessi viaggerei anche io. 

Detto con voce più o meno convinta.

BEATA TE. 

Nell’immaginario comune vivere in movimento la propria vita equivale a non fare un cazzo. Viaggiare non è a tutti gli effetti un lavoro (ERRORE! Viaggiare è un lavoro, per tutti coloro che viaggiano per lavoro, appunto) quindi chi viaggia è un beato angioletto che vive la propria vita tra corone di fiori profumati nel paradiso dei viaggiatori dove non esistono tasse, problemi e mortalità infantili.  Chi viaggia costantemente è mediamente un ricco viandante che in realtà ha una decina di possedimenti in quindici paesi differenti, le tasche piene di pepite d’oro da vendere all’occorrenza, un ricco zio d’america e una serie di altri lussi che ora non mi sovvengono (perché sono davvero troppi!).

Viaggiare è rilassante. Chi viaggia si diverte, alza le mani al cielo tutto il giorno e cammina a tre spanne da terra sopra ad un tappeto di nuvolette puffose e morbide.

Viaggiare -> Vacanza

Vacanza -> Sdraio/Sole/Mare

Sdraio/Sole/Mare -> Non fai un cazzo

Non fai un cazzo -> Beata te

Tutto sbagliato gente. Andare in vacanza non è viaggiare. Salvo restando che normalmente quando io viaggio lavoro quindi decade un po’ tutta la faccenda, ci sono due tipi base di viaggiatori : i turisti e i viaggiatori appunto. Io non faccio una vacanza da quando alle elementari andavo con i miei in spiaggia ad ustionarmi la schiena in Molise. Con il tempo ho iniziato a sostituire la sdraio con l’interesse per la scoperta. La vacanza con il viaggio.

Quando viaggio non sono in vacanza. Non viaggio per riposarmi. Non viaggio per pettinare le palle ai cavalli. Viaggio per scoprire posti nuovi, culture, paesaggi. Per assaporare profumi, sapori e vivere esperienze che stando a casa mia, seduta sul letto, non avrei potuto cogliere. Se non torno a casa dal mio viaggio con un bagaglio di nozioni e aneddoti tali da farmi pensare di aver appreso qualcosa di nuovo non ho viaggiato. Se al ritorno dal mio viaggio non penso di aver fatto qualcosa che diamine, non pensavo di poter fare, non ho viaggiato.

Se non ho viaggiato il mio viaggio è stato inutile. E credo che fin qui il discorso non faccia una piaga.

Viaggiare è stancante. Non voglio assolutamente dire che sia una mazzata sui coglioni. No. Ma è stancante. Quando viaggi non ti riposi. I tuoi sensi sono aperti a mille. Se i tuoi sensi non sono aperti a mille era meglio se rimanevi a casa. Viaggiare è tensione emotiva. Una tensione buona. Adrenalina. Andare, fare, dire, scoprire. Sono tutte cose meravigliose che a fine giornata ti aiuteranno più del migliore dei sonniferi a prendere sonno. Intanto che viaggi possono succedere mille cose diverse. Inconvenienti di ogni genere. Viaggiare non è solo belle cose e tutta vita. Chi mi segue da più tempo sa benissimo di cosa parlo. Viaggiare ha i suoi lati negativi. Se sei un buon viaggiatore (e una persona forte) riesci sicuramente a venirne a capo. In qualche modo. Viaggiare aiuta a formare il tuo carattere.

E qui viene il punto.

Per fortuna viaggiare non è per tutti.

Per fortuna. Si. Se non siete in grado di affrontare un viaggio dovete stare a casa. Perché viaggiare è principalmente questione di testa. Per tutto il resto ci sono le vacanze. Sole. Mare. Ombrellone. Non fare un cazzo.

Per viaggiare non bisogna essere ricchi. Non voglio vivere nel mondo dei Minipony e dirvi che i soldi non fanno il loro brutto gioco (come in tutte le cose, del resto) ma vorrei sfatare questo mito che solo se hai la banca di Paperon De Paperoni puoi permetterti di viaggiare. Io sono povera in canna, per dire, eppure ho impostato la mia vita in modo tale da poter viaggiare perché di base viaggiare era per me più importante di tante altre cose. Avere in budget è importante ma ci sono viaggi che sono alla portata di tutti (e lo ripeto, lo dice una che non ha una vita agiata) e che potreste fare davvero se semplicemente voleste viaggiare.
Ed ecco qui il punto (di nuovo, aiuto!). Tanti di voi non vogliono davvero viaggiare. Ti ripetono che Ah se potessi viaggerei anche io ma è la palla più stratosferica del mondo. La traduzione di quella frase è : Ah se potessi (viaggiare senza fare niente da mattina a sera) viaggerei anche io (perché così non dovrei fare nulla da mattina a sera). Ora ovviamente ingrandisco ed esagero ma credo il concetto sia passato ai più. Non vorreste viaggiare ma vi piace l’idea di lagnarvi della vita grigia e triste che avete (facendo la parte delle vittime e cercando di addossare al terzo una fortuna immonda che gli è caduta in testa, perchè ricco, ovvio, e non perché ha magari pure fatto sacrifici di vita – sociale, economica ecc- per perseguire un sogno) e che in realtà vi va perfettamente bene così com’è (il che va benissimo, intendiamoci, è meraviglioso che la vostra vita vi piaccia così com’è, com’era…. beati voi !).

Per tutti voi. Un doveroso vaffanculo, inteso davvero nel chiaro significato del termine.

Per chi invece ama davvero viaggiare spero che i miei futuri post possano essere spunti per i vostri futuri viaggi.

[Non ho incluso uno degli ostacoli più grandi al poter viaggiare : i problemi di famiglia.

Sacrosanti. Che non criticherò mai.]

#19 – Qualche frase che ha rotto i coglioni anche al buco del culo degli asini.

Per dire. Volevo tornare dall’Irlanda con un post poetico sulla bellezza della natura irlandese, verde, incontaminata e vattelapesca. Poi mi sono resa conto che per la natura irlandese c’è tempo mentre per i miei coglioni no. Non solo perché è scomodo avere i coglioni gonfi ma anche perché sono nata donna e, diciamocelo, avere dei coglioni sarebbe un filo antiestetico. Perciò ho deciso di fare un post di quelli frivoli, che non gliene frega una sega a nessuno ma che comunque rispecchierà un quantitativo di situazioni che alcuni di voi si sono trovati davanti mille mila volte.
Ci sono delle frasi, che magari si dicono pensando pure di essere dei simpaticoni da Zelig, che magari sfoderate con un bel sorrisetto sulle labbra come a dire “ahahaha hai visto, che genio del male” e che pronunciate ben scandite tanto che, già alla seconda parola, noi poveri ignari, abbiamo già capito dove volete andare a parare, ci si sono già marmorizzate le palle e, le suddette, ci sono anche già cadute per terra producendo un boato mentale imbarazzante e sono già rotolate via via giù per la strada del vaffanculo veloce.

Per esempio. Chiunque abbia sul corpo una dose massiccia di tatuaggi potrà capirmi. Magari sei li che parli beatamente con qualcuno e bom, partono le varie “ma ti ha fatto male?”, e vada, lecito, pensi, metti che te ne vuoi fare anche tu uno sul collo, rispondi. “Ma se poi da vecchio ti stanchi?”, “Ma perché così tanti?”, “Ma così poi non trovi lavoro”, “Ma perché tatuarsi le mani”, “Cioè tutto il corpo si ma le mani, il collo..”, “Ma tua madre cosa dice?”, “Hanno tutti un significato?”.

Ma una bella palata di stracazzi vostri?

Tuttavia. Quando credi che il tuo interlocutore abbia raggiunto il top della fantasia mentale, arriva inesorabilmente qualcuno che ti chiede : “MA SONO TUTTI VERI?”

“No diosantissimo, io la mattina mi sveglio alle quattro per il solo gusto di disegnarmi tutta sta roba addosso, vernice lavabile, cazzo pensavi.”

C’é comunque la possibilità che il soggetto in questione non sia soddisfatto. Sorpreso dal fatto che i tuoi venticinque tatuaggi siano tutti veri e non siano frutto di un costante lavoro mattutino atto a renderti la persona che vorresti essere quotidianamente potrebbe iniziare a guardarti con una certa curiosità. Figo figo. Tutti veri. Quindi vediamo questa che cosa si è tatuata addosso. I più baldanzosi saranno così infognati nel desiderio di capire quali assurdi disegni avete sul corpo che inizieranno a prenderti il braccio e a girarlo pensando che sia un manichino o a scostarti la maglia e via dicendo. Poi. Bellamente guardandoti, indicheranno il tatuaggio più realistico che hai e ti diranno:

“Ma che cos’è?”

Al che tu guarderai intensamente il tuo disegno pensando “merda, ma quindi non si capisce” (questo solo la prima volta che te lo chiedono), appurerai che si capisce, che quello è un cazzo di cane/farfalla/geco/automobile/cazzo/pene/minchiaporcozio e dirai “è un cane/farfalla/geco/automobile/cazzo/pene/minchiaporcozio”. Voi penserete che queste cose accadano solo con i tatuaggi più assurdi. Invece no. Ho un cane tantuato sulla spalla e nel tempo è stato scambiato per un uccellino ed un’astronave. Il fiocco di neve che mi porto appresso da quando avevo 19 anni è stato scambiato per un fiore, una stella… una stella, dio santissimo, e in cose che mi hanno fatto seriamente dubitare del fatto che voi abbiate mai saputo cosa fosse un fiocco di neve. A parte quel puntino bianco che scende dal cielo, a volte, in alcune regioni, d’inverno. Badate bene. Sarei curiosa di tatuarmi una stellina solo per il gusto di sentirmi dire che magari è un maiale con le ali.

Come si dice, il mondo è bello perché è vario. Grazie a dio non tutti abbiamo gli stessi occhi. La stessa cultura. La stessa capacità di osservazione e robe così.

Ovviamente sorvolo sul quantitativo di frase a sfondo discriminatorio che ancora vengono dette perché, onestamente, nemmeno mi fa più sorridere farci su dell’ironia. C’è però una frase che se hai dei tatuaggi e hai la sfortuna di lavorare nell’ambiente fotografico ti capita di sentire spesso.

Silenzio.

“Ecco, se vuoi essere davvero alternativo oggi devi non avere tatuaggi e non fotografare modelle con i tatuaggi. Chissà se ne esistono ancora senza.”

“Ecco, se vuoi essere davvero alternativo oggi devi davvero smetterla di fare sta battuta di merda, aprire lo studio che abbiamo affittato spendendo dei centoni, nel prezzo del quale credo non fosse inclusa la tua opinione personale.”

Si ride e si scherza.

Di frasi che farebbero impallidire anche i canguri alati del Messico ce ne sono in tutti gli ambiti e per tutte le cose. Per non creare un post eccessivamente lungo temo che gli altri li affronterò di volta in volta.

Vi baci.

Tutti, anche chi mi ha detto queste frasi mille volte.

#18 – Di come si muore e non si muore mai.

Se c’è un potere che hanno i morti è quello di avere sempre ragione. I morti sono persone che sono sempre state piacevoli.

“Davvero un bravo ragazzo, non se lo meritava proprio” è la frase che senti costantemente, sempre, insistentemente e ti ripetono tutti, come se dovessero loro stessi convincersi di quanto questa affermazione sia vera, quando una persona a te cara muore.

A un morto non dici mai di no, anche se quando era vivo il tuo no era la sua parola preferita. Un morto vive molto più di una persona viva che sopravvive ad un morto. Ci sono tante sfumature di egoismo in quel che dico ma un morto non è mai egoista, anche se lo è stato, la morte cancella ogni difetto, idealizza chiunque. Sono rari i casi nei quali pensiamo che è un bene che una data persona sia morta e generalmente ci sentiamo anche in colpa per averlo pensato. In tutti gli altri, piangiamo una persona che non è mai esistita e non piangiamo mai l’amico, il figlio, il ragazzo che abbiamo realmente avuto nella nostra vita.

“ERA UN INGUARIBILE STRONZO, CI HA FATTO PASSARE UNA PALATA DI MESI DI MERDA, AVREMMO PREFERITO CE NE FACESSE PASSARE ALTRI E CHE SE NE FOSSE ANDATO SENZA SFASCIARE UNA MACCHINA DA MILIARDI DI EURO CON UNA CARROZZERIA DI UN VERDE MERAVIGLIOSO”

Io con queste parole ho salutato quello che è stato il mio ragazzo per anni, tra alti e bassi. Nonché l’unico uomo che mi abbia mai chiesto di sposarlo, nonché il mio migliore amico di sempre.

L’indifferenza uccide la mancanza. Nessuno con la morte migliora, semplicemente sparisce e permette ai suoi fantasmi di aleggiare per abbastanza tempo nell’aria. Probabilmente in tanti avrebbero voluto dirmi che avevo ragione, in tanti avrebbero voluto dirmi che quell’infame di Jake gli aveva quasi ammazzato il figlio, il cane, quasi sfasciato la macchina (ad uno l’aveva sfasciata del tutto in realtà), gli aveva rubato in casa, messo incinta la figlia e via dicendo. Ma, alla fine, tutti mi hanno stretto la mano e, mentendo, mi hanno ripetuto “era proprio un bravo ragazzo”.

Jake non era un bravo ragazzo.

Quando ho conosciuto Jake ero in viaggio studio in Irlanda. In piena crisi isterica da mancanza casa, amici, affetto. Pioveva di quella pioggia irlandese che non è pioggia ma bagna uguale alla lunga. Non avevo un ombrello perché gli ombrelli mi fanno schifo e mi facevano schifo anche allora e stavo seduta al porto, sul muro, a bermi una birretta come solo le vere ragazzine alternative fanno, guardando la marea alzarsi verso la spiaggia. Ad una certa, questo angioletto di nome Jake, caduto dal cielo probabilmente come sotto delegato del mondo degli inferi, ha pensato di spingermi in acqua.

I porti sono profondi.

Quando sono riuscita a capire cosa fosse successo e sono riuscita a raggiungere la scaletta per le barche e a tirarmi su di nuovo in un posto che non mi rendesse simile ad un salmone in ammollo ho pensato bene di minacciare quell’angioletto di nome Jake con la bottiglia e di tirargliela dietro.

L’ho colpito in fronte creandogli un taglio che gli sarebbe costato 5 punti e che gli avrebbe lasciato una cicatrice che penso si sia portato nella tomba.

Siamo diventati grandi amici.

Poi siamo diventati amanti.

Poi siamo stati insieme.

Poi mi ha anche chiesto di sposarlo.

Jake era uno di quei prototipi di irlandesi che tutto  il mondo porta in palmo di mano. Rosso di capelli, con la barba, robusto, giocatore di rugby, dal rutto facile e pronto a prendere a cazzotti chiunque secondo lui meritasse dei cazzotti. Anche chi non meritava dei cazzotti.

All’età di sedici anni decisi, per un buon lasso di tempo di vita, di frequentare un ragazzo. Uno di quelli per i quali le sedicenni vanno matte : drogato, alcolizzato, delinquente, agli arresti domiciliari. Dopo una serie di peripezie inenarrabili il mio caro amico Jake decise che questo ragazzo non faceva per me e quasi lo uccise. Si beccò una amara denuncia, meritata, e si meritò il mio debito eterno per avermi svincolata da una situazione malata per introdurmi in una situazione ancora più malata.

Durante i suoi diciannove anni un medico, cattivo a detta di Jake, diagnosticò un simpatico tumore al nostro angioletto di stocazzo. Ridendo e scherzando un tumore non è affatto una cosa bella. Di cose sui tumori ne ho lette tante e ne ho viste ancora di più. Se scrivo questo post è proprio perché sono reduce dalla visione di “Tutta colpa delle stelle” che ho assaporato seduta sul letto due notti fa ed ho rivisto la notte scorsa e, poi, siccome sono masochista, ho anche comprato il libro (e l’ho quasi finito). Tra le tante cose c’è una profonda verità, il tumore è un tumore. Contro ogni evidenza (perché conosco persone che sono ancora vive e vegete) il tumore uccide. E questa è la verità più importante che ho avuto modo di imparare in venticinque anni di vita.

Il tumore di Jake lo abbiamo chiamato Jake, così poi non si capiva mai se parlavamo di lui o della sua malattia. A detta sua la cosa evitava di farlo sembrare malato. Jake odiava essere malato ed infatti ha fatto in modo di essere non malato. A nessuno interessa poi sapere della vita di un malato di cancro, o forse si, di fatto a me non interessa raccontare la vita di Jake come la vita di un malato di cancro. Se Jake non voleva essere malato, per me non era malato. Sicché tra una roba e l’altra, tra i diciannove anni ed i trenta, di cose ne sono successe. Cose tipo alti e bassi, cose tipo altre querele e simili, cose tipo viaggi, pranzi, cene, notti in ospedale, cose tipo vivere la vita insomma.

C’è stato un punto nel quale Jake ha realizzato che doveva morire.

Una delle cose delle quali ho più paura in questa vita è quella di poter sapere quando morirò. Domani, tra un mese, tra qualche giorno. Deve essere lacerante e deve esserlo stato anche per lui che dall’altro del suo metro e quasi novanta, dall’altro del suo, ormai non più, fisico paffuto e dall’alto della sua totale sbruffonaggine  deve aver ritenuto intollerabile non poter prendere anche a cazzotti la vita.

Invece poi, ce l’ha fatta sotto il naso a tutti e a cazzotti la vita l’ha presa davvero. Ed ha preso un po’ a cazzotti anche noi ma gli abbiamo voluto bene lo stesso. Gli ultimi mesi di Jake sono stati quanto di più dilaniante io possa ricordare. Avere un brutto male è una brutta cosa. Stare vicini ad una persona che ha un brutto male è un’altra brutta cosa. Sicché ci sono tre versioni della stessa persona che ricordo : Jake sano, Jake malato, Jake morto. E di per sé l’unica che lo prevedesse dolce, carino, un bravo ragazzo è senza dubbio l’ultima.

Un mese prima di morire o poco più Jake O’Brian mi ha chiesto di sposarlo.

Era ubriaco ma ha ripetuto la sua proposta più e più volte anche da sobrio, o “quasi sobrio” come dicevo io. Non voglio entrare in merito al matrimonio in sé e sono veramente felice di lasciarvi in dubbio sul fatto che io o sia o meno già allegramente vedova ma voglio ricordarmi, più che ricordarvi, di Jake allegro e strafottente che si prende una bottiglia in fronte dalla ragazzina di quattordici anni che era appena finita in acqua.

L’ultima volta che ho visto il nostro allegro angioletto con i riccioli rossi ero a Roma durante una delle mie trasferte. Lui ed il nostro fido compare, grazie e grazie sempre, erano atterrati da poco nella capitale per salutarmi ed erano piombati in hotel ubriachi fradici insultando il tizio alla reception. Ho passato la notte a sostenere una testa. Una cosa romantica insomma ma se c’è una cosa che ho imparato è che amare è un po’ come arrivare vestite bene ad un campo da rugby e ritrovarsi un giocatore lercio e puzzolente tra le braccia. Sicché sollevare una testa non sarà mai poi tutto questo dramma.

Jake non si è mai curato. La prima volta l’ha fatto la seconda volta ha deciso che non avrebbe visto il suo corpo deteriorare. Alla simpaticissima età di trenta anni e qualche mese ha deciso di piantarsi con l’auto contro un albero. E io vi assicuro che nelle nostre zone, in Irlanda, di alberi non ce ne sono molti. Tutti hanno definito l’evento un incidente. I genitori, che Jake non vedeva dalla maggiore età, si sono detti sorpresi dell’accaduto perché “nostro figlio era così pieno di voglia di vivere”.

La verità è che loro figlio non era così pieno di voglia di vivere e che, probabilmente, questa cosa l’ha ucciso ben prima di essere ucciso da altro.

Poche settimane dopo questo evento mi è stata recapitata una lettera a casa ed un pacco che portava il timbro IE (Irlanda, per i meno esperti). Non ho, di nuovo, alcuna intenzione di condividere con voi le parole dell’unica persona io mi sia portata dietro per tanti anni ma al termine di otto lunghe pagine c’era per me un :

“Mangia. Mangia con la bocca ma quel che più mi importa è che tu possa mangiare con la mente, con lo spirito e con la volontà. Non dimenticarti di mangiare per nessuna ragione al mondo. Vivi come se non potessi vivere domani. Stancati. Urla e odia perché senza questi fattori non potresti vivere come tu vivi ma ricordati che puoi essere felice, ti è consentito essere felice in ogni secondo della tua vita anche se tu credi di non meritartelo. Non accontentarti. Non accontentarti di un uomo che non ti realizza completamente. Non accontentarti del giorno se vuoi vivere la notte. Non accontentarti del posto nel quale vivi e nemmeno in quello nel quale vorresti vivere. Ricordati che il tuo EGO è quanto di più sicuro possa avere. Non mi interessa quanto tu possa essere contrariata da ciò ma nella vita esisti tu e solo tu e poi tutti gli altri. NON piegarti agli altri, non piegarti al lavoro, non piegarti ai doveri che non vuoi adempiere, non piegarti alla vita che non vuoi vivere. VIVI E MUORI COME VUOI VIVERE E MORIRE. Sii creativa ed abbraccia l’arte come solo tu sai fare. Se serve scrivilo sopra al letto : tu puoi farcela. Se c’è una persona che ho conosciuto che può farcela quella sei tu. Se non sarò più li a sorreggerti quando ne avrai bisogno, a sgridarti, a condividere con te ogni momento che vada condiviso è solo perché la vita che mi è stata data non è quella che avrei voluto per me.

Saremo insieme per sempre.

Tuo,

Jake

P.S. Non essere dispiaciuta per la carrozzeria della macchina. Un giorno ne avrai una molto più bella”

#17 – La pioggia d’Irlanda

Chi mi segue da un po’ sa che ho fatto diversi periodi di studio in Irlanda.

Ne parlo sempre con il cuore super leggero come si fa con le cose che sono sempre andate bene e spesso spendo anche quelle due o tre parole di rammarico al riguardo del fatto che io, per un motivo o per l’altro, sia dovuta tornare a vivere in Italia a tempo pieno. Badate bene. Non sono e non sarò mai la classica italiana che solo perché l’Italia non va come vorrei la snobba e la schifa. Anzi. Io amo il mio paese, è mio ed in quanto tale mi sento rammaricata come poche per il fatto di non poter fare, realmente, da sola nulla per cambiarla. Tuttavia l’Irlanda mi è entrata nel cuore. Dalla prima volta che ci ho messo piede fino a quando l’ho lasciata ed ora, ogni santissimo viaggio, corto o lungo che sia, che faccio in quella nazione mi lascia qualcosa di indescrivibile a parole, a gesti, anche solo a pensieri.

Quando penso all’Irlanda penso al mio personale paradiso. A quel posto dove posso coccolarmi pur rimanendo attiva. Penso a tante cose che davvero, sono convinta, chi non abbia visto l’Irlanda non possa capire. Ovviamente, come avrete già intuito, questo non sarà il post nel quale vi parlerò di cosa potete fare o non fare in questo meraviglioso paese. Ci sarà tempo per queste frivolezze. Oggi però, riordinando i negativi e le stampe, ho ritrovato queste foto che avrei piacere voi tutti vedeste perché incarnano quanto di più vicino vi sia a quella che nella mia mente è l’idea di questo posto.

Quando ho dovuto lasciare Dublino in via più o meno definitivo l’ho fatto perché mi sono ammalata. Stavo poco bene, erano giorni che ero stesa a letto e la mia unica meta turistica era il bagno della residenza dove vivevo. Nemmeno andavo a scuola. Dopo una breve ma intensa visita dal dottore all’angolo della strada (che chiaramente non era il mio, ovvio), ho deciso che nell’arco di due giorni sarei ritornata a casa. Avevo 19 anni. Nel mese precedente le mie amiche avevano lasciato gli studi ed io mi ero ritrovata in stanza con una ragazza Messicana che non tolleravo. La sanità costava troppo ed il mio corso sarebbe finito a poco. Le medicine del medico sono state davvero miracolose così, per non sprecare il mio ultimo giorno ho deciso di fare una cosa che non avevo mai fatto. Mi sono diretta verso un autobus a caso e l’ho preso. Allora potevo ancora farlo perché non conoscevo molto bene i dintorni di Dublino. Ho pagato il biglietto massimo di corsa e mi sono seduta al piano alto, nel primo posto a destra. Ho passato più di un’ora e mezza sul bus fino a che non ho visto il cartello di Skerries. Skerries è un paesino della provincia di Dublino che è conosciuto per i mulini a vento. Personalmente non avevo mai visto un mulino a vento in vita mia così ho deciso di scendere. C’era il sole il che mi ha fatto pensare che potesse essere un buon posto considerato che avevo un virus intestinale che mi aveva quasi disidratata.

Sono scesa e ho camminato a vanvera per cinque minuti, giusto il tempo di permettere al cielo d’Irlanda di cambiare, di farsi nero, di permettere al vento di muovere il mare ad una velocità che noi in Italia non vediamo mai e di far cadere quella simpatica pioggerella che è tipica Irlandese. Ho tirato quante più madonne conoscessi. Non so quanti santi siano scesi in mio soccorso ma la pioggia fortunatamente in Irlanda dura poco e fa presto spazio a cose che ti scaldano il cuore anche quando il vento è forte e freddo.

Mi sono girata verso il mare e sono rimasta li. Con il vento pungente che mi sbatteva in faccia. Le goccioline di acqua gelata che mi scorrevano addosso e le mani, letteralmente congelate che cercavano di tirare fuori senza far bagnare l’Olympus di mio padre per immortalare quello che stavo vedendo.

Tempo di scorgere qualche arcobaleno e sono corsa verso il primo posto chiuso che vedevo, nonché l’unico del paese : un supermercato dove ho trovato anche un meraviglioso pacco di bucatini della Barilla. L’ho comprato. Sono corsa verso l’autobus che intanto stava passando verso Dublino e sono salita.

Intanto è ripreso a piovere ma a me ormai non importava più perché tanto avevo trovato una casa per i miei sentimenti.

[vi lascio con una foto di quella giornata, ne potete vedere altre altre, anche dell’Irlanda in generale, qui : http://alisongthedarkside.tumblr.com/post/106709585834]

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#16 – Su come mia Nonna si sia portata il Natale in un altro mondo, su come io abbia un fiocco sul petto e di come io sia diventata una rana.

Avevo una nonna.

Voi direte che non è una grande trovata avere una nonna, che tutti ne hanno una e che bene o male è una questione di generazioni, genetica, procreazione ma, come quasi sempre, a me di quello che voi direte non mi interessa parecchio perché quello del quale parla questo post non è quanto sia straordinario avere una nonna ma quanto sia straordinario aver avuto una nonna come la mia. Tutte le nonne sono speciali. Anche quando ci discuti che sei piccolina e non vuoi fare una cosa o anche quando ci discuti che sei grande e ti vuoi tatuare. Sono sempre speciali perché ti fanno la pasta, anche se non amano i dolci di fanno i dolci, ti fanno i regali. Insomma. Ti fanno da nonne.

Mia nonna si chiamava Iride. In famiglia si vocifera che io le somigli parecchio e credo in parte sia vero. Non so se è il mio ego che parla visto l’alta considerazione che ho del soggetto in questione ma credo davvero sia vero (perdonate il ripetersi di queste quattro lettere). Iride come la membrana del bulbo oculare di colore variabile situata posteriormente alla cornea e davanti al cristallino. Quella che insieme al corpo ciliare e alla coroide forma la tonaca vascolare dell’occhio. Insomma, una di quelle tante parti del corpo umano che contribuisce a farci vedere le cose come devono essere viste. E mia nonna era così. Scorbutica, realistica, scontrosa, cazzuta il giusto che quasi non sapevi se volerle un sacco di bene per tutta quella realtà che ti sbatteva in fronte o se mandarla a cagare subito, una volta per tutte, subito proprio. Però alla fine le volevi sempre bene.

E le volevi bene quanto ti preparava la pasta fresca con quelle manine microscopiche alla velocità della luce. E tu eri li che non avevi ancora chiuso il tuo primo anolino e lei ne aveva chiusi almeno dieci. Le volevi bene quando ci si battibeccava a gran voce perché se il carattere è uguale è tutto un po’ una tragedia. Le volevi bene quando si metteva il grembiule super infarinato di farina e inondava la casa di un velo bianco. Quando insultava tutti in piacentino e anche quando dovevi andare in bagno di notte ma non lo facevi perché avevi paura dei lupi (che non c’erano) e lei si alzava in vestaglia e ti accompagnava fuori fino alla cantina.

Mia nonna mi ha insegnato tante cose.

Per esempio. Non sono mai stata una fanatica dell’amore. Non ho mai creduto in alcun genere di legame duraturo. Eppure dall’alto del suo letto d’ospedale mia nonna mi ha dimostrato che amare ed amare a lungo si può. Mi ha spiegato di quanto detestasse mio nonno prima di innamorarsene e di passarvi tutta la vita insieme, tra alti e bassi, e, vi assicuro, che quando ha smesso di respirare erano li, mano nella mano.

L’unica cosa che non è riuscita ad insegnarmi è l’amore per la cucina. A parere di mia madre solo perché abitando non vicinissime non ho passato poi tutto questo tempo con lei. Probabilmente poteva davvero compiere questo miracolo.

Mi ricordo perfettamente che quando ho saputo che era malata di tumore mia madre non voleva dirmelo. Ma mia madre non è brava a mentire ed è entrata in casa dicendomi “non volevo dirtelo perché hai gli esami ma nonna ha un tumore”. Io stavo studiando teatro contemporaneo ed ho risposto “va bene” come se tutto andasse bene. Continuo ad usare un mezzo presente perché non sono davvero convinta che le cose per me siano mai davvero andate avanti da allora. Ho studiato tantissimo per quell’esame. Sono riuscita a passare con 30 e lode ed il teatro contemporaneo è diventato una delle mie più grandi passioni.

I mesi che sono seguiti a quell’esame li ricordo come fossero ora. Ero abbastanza grande per comprendere che una persona di 70 anni può morire ma comunque non ero abbastanza grande lo stesso. Il penultimo giorno di vita di mia nonna è stata la cosa più lancinante che io ricordi in vita mia. Ormai aveva bisogno di ossigeno quasi costante e quando non lo aveva delirava in modo ridicolo, ci rideva anche lei.  Eppure, quel giorno, era lucidissima. Siamo riusciti ad arrivare in ospedale e lei stava dettando gli ordini a tutte le infermiere (era una infermiera). Quando mi ha vista si è messa subito a scherzare. Abbiamo parlato di un quantitativo di cose immense che nemmeno in 19 anni ero riuscita a toccare. Mi ha ricordato di non sposarmi mai (“amici sempre sposati mai”), di continuare ad essere artistica, creativa, di dipingermi le unghie solo di bordeaux che mi stavano bene. All’epoca dovevo andare qualche giorno a Roma, ero abbastanza in dubbio sul se farlo o meno. La situazione non era certo la migliore per partire così mi ha salutata, abbracciandomi, e dicendomi “non ti preoccupare, ti lascio andare a Roma e me la devi anche salutare”.

Il giorno dopo nevicava. Quando mia zia ci ha chiamati dall’ospedale mio padre ha dovuto spalare la neve davanti al cortile di fretta e furia. Siamo rimasti in ospedale dalle 8 di mattina all’1 di notte fino a che qualcuno ha deciso che era ora di chiuderla li. Tutta la famiglia era li. Tutta la famiglia era li che piangeva a parte mio padre, che ha sempre considerato piangere sconveniente e io che avrei tanto voluto piangere ma sono fatta così. Se vi è morto qualcuno di caro sapete sicuramente che non importa in quale ora esso sia morto, dovete immediatamente pensare a bare, fiori, lettere in ottone, oro, perla cazzi e mazzi. Tutte cose alle quali tutti i famigliari hanno una voglia matta di pensare quando perdono qualcuno.

Quando è morta mia nonna a tutte queste cose ci ha pensato mio nonno. Che tutti davamo per spacciato ed invece ha mantenuto una lucidità che io non avrò in vita mia.

Siamo tornati a casa alle tre. Mia madre ha cucinato spaghetti aglio olio e peperoncino ed io credo di averne mangiato una pentola intera. Mio padre prima di andare a letto mi ha fatto i complimenti “brava, sei l’unica che non ha pianto, tu si che sei forte”. Io comunque non ho dormito.

Al funerale sono rimasta in fondo alla chiesa a badare all’altra mia nonna. Che odio.

Quando ero piccola il Natale in casa mia era Natale. Mio nonno organizzava un pranzo per la Vigilia dove tassativamente dovevamo essere presenti tutti (salvo i nonni paterni, che smuovere il culo da casa quasi mai). L’atmosfera era talmente festosa che io che odiavo il Natale dovevo amarlo per forza perché non ce la facevo a fare quella malmostosa anche di fronte a tanta allegria. Mia nonna cucinava per tutti tanta di quella roba che poi si tornava a casa rotolando. Nei mesi, mesi (!!!) prima mia madre ed io preparavamo scherzetti natalizi per tutti e poi dopo il pranzo si aprivano i regali. Ne avevamo tutti tantissimi perché la mia famiglia, da parte di mamma, è enorme. Non riesco davvero ad esprimere la felicità che provavo perché adesso non la provo più e la mente umana fatica a ricordare nitidamente le cose belle. Mio nonno faceva un albero di natale altissimo e pieno di palline ed io mi divertivo tantissimo a guardarle tutte e a farmi spiegare quali erano di quando mia madre era piccola e quali nuove. Ce ne erano alcune trasparenti nelle quali si riflettevano le luci che mi facevano brillare gli occhi.

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L’ultimo Natale che ho festeggiato è quello del 2009. Mia nonna era già malata, faticava a muoversi eppure rideva della faccia dei miei parenti quando scartavo il narghilè che mi aveva regalato ed io registravo con il cellulare la sua voce perché mia madre mi aveva detto di aver paura di scordarsela. Davanti al narghilè aperto sorridendo mi disse “guai a te se fumi sigarette, lo vedi come sono ridotta” ed io già fumavo da un pezzo. Non ricordo di aver più festeggiato alcun Natale. Mio nonno non fa più l’albero, la mia famiglia da quel giorno in ospedale non si è mai più riunita per intero, mio padre non sale più in casa di mia nonna. Non nevica nemmeno più, non è colpa sua ma di certo non è nemmeno un buon segno. Ogni famiglia ha un nastro collante, nella mia c’era mia nonna che da brava mamma chioccia ci radunava tutti e ci coccolava tutti.

Non odio il Natale.

Amo il Natale che mia nonna mi ha insegnato a vivere ed odio l’incapacità di poterlo ricreare che io e chi mi sta intorno ci portiamo dietro.

I dati che seguono sono puramente indicativi. 

– Sono partita per Roma e la saluto ancora

– Pochi giorni dopo il mio ritorno da Roma mi sono tatuata, per la prima volta, un fiocco di neve sul petto

– Non ho mai pianto ma ho perso 21 kg nell’arco di una quindicina di giorni

– Ad oggi ho la fobia dei tumori, normale, farò mille esami all’anno per controllare che io non ne abbia

– Ho buttato il mio pacchetto di sigarette ed ho smesso di fumare sigarette

– Ho una decina di tonalità di bordeaux nei miei smalti

– Attualmente ho il magone di fronte a qualsiasi albero di natale grande e luminoso

– Non si è mai troppo adulti o troppo pronti per perdere qualcuno

– Ho evidentemente delle turbe

– La famiglia è quell’insieme di gente che passa con te quei giorni nei quali se fossi da solo ti renderesti davvero conto di essere da solo. Se non è li. Non è li e basta. Non è una questione di legami di sangue.

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“Dov’è la rana?”

“Mamma, quale rana?”

“Ahahaha dai, dov’è la rana?”

“Iride, così ci preoccupiamo. Parli della settimana enigmistica?”

“Ma va va, Domenico, quale settimana enigmistica. ahaha La rana dai!”

“Vado a chiamare l’infermiera per l’ossigeno”

“ahahaha, ma quale ossigeno, la rana, l’Alessandra, tua nipote, lo vedi che ha un maglione verde..è evidentemente una rana.”

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#15 – Alla scoperta di Araki

Era da un po’ che non scrivevo. Chiamiamola stanchezza, mancanza di tempo o di particolare interesse ma, sta di fatto,  che oggi devo proprio farlo.

Per chi non mi segue assiduamente sono in viaggio in Olanda. Non mi soffermo sul viaggio in sé del quale parlerò in un altro post quanto su di una mostra che ho avuto modo di vedere oggi. Quella di oggi è stata una giornata molto piena. Unico mio giorno di svago,  con base ad Amsterdam,  avevo mille mila cose da fare e da vedere che avevo programmato da secoli. Primo step sicuramente quello di andare a vedere il museo di Van Gogh (sempre per i meno concentrati,  il mio pittore preferito). Esco dalla fermata metro Zuid e inizio a camminare verso la meta.  Amsterdam è una cittadina semplice che ti permette di scoprire tutto facendo belle passeggiate. Belle e ventose. Ventose appunto.  Intanto che cerco di evitare che il vento porti via il mio adorabile tablet mi appoggio ad un cartello. Alzo gli occhi e vi trovo una grande pubblicità di una mostra dedicata ad Araki tenuta presso il Foam (museo  della fotografia di Amsterdam,  cito il sito per chi non lo conoscesse http://www.foam.org). Mi metto in fila per vedere il mio rossino preferito è intanto stalkerizzo qualcuno che di Araki ne sa più di me per capire se possa valere la pena cambiare i miei programmi per vedere una mostra del famoso artista giapponese. Intanto visito il sito della galleria e scopro che vi è anche una seconda mostra interna dedicata  a VIVIAN MAIER, una donna meravigliosa che è passata inosservata per tutta la sua vita fino a che, due anni prima della sua morte, qualcuno non ha avuto modo di scoprire, nel 2007, il suo archivio con più di 120.000 negativi di street photography e ritrattistica (ve la consiglio, la mostra è più piccola di quella di Araki,  con un ingresso a dir poco discutibile che non permette a chi entra di poter fare sostare chi vuole leggere le presentazioni e vedere le fotografie, ma le fotografie,  anche solo quelle, meritano l’ingorgo dell’ingresso). Comunque sta di fatto che alla fine mi decido e, uscita da 4 ore di orgasmo mentale al museo di Van Gogh mi avvio verso il museo della fotografia. 

Il biglietto costa pochissimo.  Solo 11 euro, quindi penso che, alle peggiori posso anche buttare una decina d’euro. 
La mia titubanza e data dal fatto che Araki non mi piace. Ebbene si, l’ho detto. Non mi piace. O meglio, non mi piaceva prima di aver visto questa mostra. Non mi piaceva un po’ per beata ignoranza, un po’ perché quelle foto esplicite e crude che tanto hanno affascinato mezzo mondo a me hanno sempre lasciato un “ma perché??” in testa non esprimendomi nulla che fosse assimilabile alla sorpresa o all’ erotismo tanto blasonato. Fatto sta che faccio il dannato biglietto, salgo le scale e via.

ARAKI
Ojo Shashu
Photography for the Afterlife: Alluring Hell
19 December 2014 – 11 March 2015

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Ottimo. Il tutto è diviso in più sale. Entro nella prima e senza nemmeno leggere la presentazione mi accorgo che c’è davvero qualcosa di interessante da vedere che non conoscevo.  Sui muri scorgo 30 fotografie i cui soggetti sono bambole, fiori ed animali in plastica. Mi aspettavo gambe aperte e mi ritrovo a guardare fiori. I colori ed i contrasti sono così forti che devo per forza uscire subito dalla stanza, tirare fuori il tablet, scrivere un “wow” a colui che avevo stalkerizzato poco prima e poi tornare dentro veloce per capire cosa diamine ci facciano dei fiori e delle bambole decapitate li.
Inizio a leggere qualcosa di più di questo individuo, scopro l’importanza che per lui ha il dualismo vita e morte e scopro anche che tante delle opere esposte , che lui stesso dichiara rappresentare l’inevitabile declino e l’inevitabile resistenza ad esso, non sono mai arrivate in Olanda prima d’ora.
La prima stanza,  per esempio, quella dei fiori, riporta una serie di opere che prende il nome di qARADISE. L’artista ci ha lavorato in tutti gli ultimi anni, ormai settantenne, e vi ha letteralmente stampato il suo stato d’animo.  Quello di un uomo che se le è vissute un po’ tutte, dalla perdita della moglie alla perdita della salute tanto da far perdere anche ai fiori, quei fiori che sono sempre stati simbolo di  sesso e sensualità, un po’ di vita.  Una decadenza che gli è ora molto più attrattiva.

Credo di aver perso una quarantina di minuti solo in quella stanza. Non lo avrei mai fatto se avessi dato una occhiata anche alla seconda. Quando passo nello spazio adiacente la prima cosa che mi balza all’occhio è una lettera dell’artista appesa a fianco di una foto del suo matrimonio. L’intera serie porta il nome di SENTIMENTAL JOURNEY/winter journey . Tra le tante cose che ignoravo di Araki vi è senza dubbio la perdita della moglie e lo stranissimo modo che lui ha utilizzato per affrontarla. Nella stanza troviamo un adorabile connubio tra la prima parete nella quale sono appese le fotografie che l’artista scattò durante il viaggio di nozze e la seconda nella quale sono presenti le foto della malattia e della morte della giovane Yoko (un matrimonio molto breve 1971 – 1980). A colpirmi più di tutte senza dubbio la fotografia, rigorosamente in bianco e nero, del volto di Yoko, nella bara, a fianco del quale vi è un libro rappresentante il suo gatto, Chiro.  Sembra che maggiore desiderio della donna fosse quello di vedere il suo gatto pubblicato, purtroppo morì prima del termine del libro. A concludere la serie uno scatto di Chiro che zampetta sul balcone innevato. È molto importante prestare attenzione a questo tenero gattino perché tornerà spesso a trovarci.
Sentimental Journey è senza dubbio la stanza che mi ha colpita di più.  Di una tenerezza infinita,  amore e sentimento se ne escono in allegria da ogni foto per mangiati l’anima. Tutto molto distante da quei corpi di carne cruda che siamo sempre abituati a vedere di Araki. Per chi non conoscesse questo genere di scatti consiglio assolutamente di cercarlo. Credo sia un pezzo importantissimo per capire il reale dualismo di quest’uomo. Una cosa che ho notato solo in un secondo momento è che questa è,  tra l’altro,  l’unica stanza nella quale le fotografie sono incorniciate in candide cornici bianche. Tutte le alte stanze sono molto più grezze (le foto sono appese direttamente al muro, spesso con puntine che le bucano ai bordi).

A fianco troviamo altre due stanze. Una dedicata ai paesaggi (Landscapes/Eternal Sky ) e l’altra ad istantanee e polaroid ( IMqOSSIBLE/diary ). Sono entrambe interessanti per motivi diversi.  Nella prima si snocciolano sul muro scatti del cielo di Tokyo ritratto dal balcone della casa dell’artista. Sembra che il suddetto balcone che, al tempo dell’amore con Yoko era popolato e vissuto in pieno ora sia diventato sinonimo del paradiso perduto. Sicché il cielo che vediamo ritratto tanto è un esercizio di luce quanto un simbolo di quello che quella stessa luce rappresenta. Ma se sorvoliamo su quelle che sono le solite tiritere che gli storici ed i critici dell’arte devono dire quello che veramente colpisce di questi scatti sono i colori di “Landscapes” (che detto davvero alla mano “se uno non si fa di acidi quasi non ci riesce ” cit) contrapposti ai b/n così fitti di “Eternal sky”.

La stanza delle istantanee è molto più ostica, piccola, racchiude in sé un quantitativo di foto che non basterebbe un giorno per vederle tutte. Da un lato la serie di polaroid div vario tipo e genere concentrata sul completo paradosso della polaroid che sembra uno snapshot ma è allo stesso tempo labile. Si tratta di momenti catturati che sono chiaramente destinati a svanire.  Allo stesso modo “diary ” altro non è che una raccolta di 500 stampe più disparate. Dal ritratto, all’erotico,  alla scena di strada.

La mostra prosegue ai piani sottostanti.  Qui troviamo due stanze dedicate alla vita di strada. Una SATCHIN AND HIS BROTHER MABO è una raccolta di scatti realizzati a questi due bambini per le strade del Giappone, l’altra, SUBWAY  raccoglie i ritratti, più o meno nascosti, dei passeggeri della metropolitana della Tokyo post guerra.

A colpire del piano interrato è senza dubbio la stanza centrale,  diametralmente posta sotto a Sentimental Journey,  trova esposta la serie CHIRO, LOVE, DEATH . Nella importanza che ha, nella cultura giapponese, la ciclicità delle cose, troviamo qui una serie di (tante) foto dedicate a Chiro dalle quali traspare l’importanza del tempo che scorrere va avanti a prescindere da ogni cosa. 

L’ultima stanza. Quella che un po’ tutti si aspettano è dedicata al nostro amato KIMBAKU da un lato e ad HALLURING HELL, che come da titolo della mostra, chiude il ciclo. Spendo poche parole per la serie dedicata alle corde,  non perché non di impatto quanto perché più conosciuta. Mi soffermo un attimo invece su Halluring Hell che è un meraviglioso incontro tra pittura e fotografia dove gli scatti, comunque sempre intrecciati alle corde, più o meno espliciti,  in bianco e nero, si incontrano con schizzi di colore e vanno a creare un contrasto unico che toglie il fiato.

Sono uscita dalla mostra così,  un po’ senza fiato e mi ci è voluta una bella folata di vento di quello che c’è qui in inverno per ridare aria ai miei neuroni. Insomma.  Ho scritto tutto questo per dire che, si, vale la pena spendere quegli 11 euro (che per il quantitativo massiccio di cose che potete vedere sono anche pochi) per visitare questa personale dell’artista. Il tutto è messo giù in modo più che perfetto,  al composizione, la scelta espositiva e temporale, le varie distinzioni, tutto serve per rendere il percorso una gioia per gli occhi e per la mente. Le luci sono impeccabili.  Non vi è un faretto che disturbi la visione (chi mi conosce sa che sono altamente noiosa al riguardo) e anche gli spazi sono tutto sommato adeguati. Ovviamente all’ ultimo piano, a mo di ciliegina sulla torta,  c’è anche una esposizione dei suoi libri. Non tanti, ma ci sono. 

Per terminare ci sono tre nozioni fondamentali che se non vi erano già passate vi riassumo qui 

° Bisogna sempre vedere le cose di persona. Non potete occuparvi ed interessarvi d’arte senza vederla. Bisogna imparare a vedere anche quanto non ci piace. Ricorderò sempre quando sono andata,  alle superiori, di malavoglia alla mostra di De Chirico e di fronte ai colori incredibilmente cangianti me ne sono innamorata.  Oggi ne ho avuto un altro esempio.

° Se vi aspettate solo patate al vento e pezzi di carne in esposizione non è la mostra che fa per voi. Ma se ci interessano scorci nuovi,  più o meno conosciuti,  un salto fatecelo.

° È una mostra riuscita. Se io sono entrata pensando che Araki fosse l’orrore e sono uscita  con la voglia di scoprire qualcosa in più è principalmente merito a chi ha saputo organizzare al meglio il tutto. Non vi sono opere magnifiche che tengano se sono date in mano ad un gallerista mediocre.

Questa notte posso andare a letto pensando di aver scoperto davvero qualcosa.